Lui
Oggi è una di quelle giornate in cui vorrei che tutto restasse così com’è.
Perfetto.
Succo d’arancia, frollini, il muesli quello buono, che fa i grumi. Se fumassi, una sigaretta ci starebbe benissimo. Fuori, il grigio chiaro di un giorno senza sole, ma senza neanche vento né pioggia: la luce che fa diventare tutto un po’ più definito.
Passa un vicino, alza la mano. Non ricordo il suo nome, forse inizia con la M, o la F. Non ne sono sicuro. Si starà chiedendo cosa ci faccio in mutande alla finestra, ma non si direbbe da come prosegue sereno lungo la strada.
Come se in fondo non fossi altro che un elemento fra tanti, una sagoma di passaggio, un cartonato dietro il vetro.
È tutto così in ordine. La cucina risplende. Potrei mangiarci, sul pavimento. Aleggia ancora il profumo agrumato di un detersivo che non mi pare di aver mai usato. Mi sono ricordato di ordinare un po’ di spesa? Sbircio nei pensili in cucina e c’è una confezione di sale, una bottiglia d’olio, una più piccola d’aceto balsamico con una botticella disegnata sull’etichetta. Un pacco di pasta chiuso. Un barattolo di pelati. Ora come ora, non saprei che farmene di questa roba. Il piano a induzione è uno specchio nero che rimanda il riflesso di un uomo con la faccia di uno come tanti, gli occhi di uno come tanti, persino l’espressione sembra il risultato di un campione statistico volto a simulare che faccia fa l’essere umano medio. La verve del personaggio non giocante. Ciao, come va? Bene, e tu? Oh, grazie per avermelo chiesto, è una giornata proprio perfetta.
Porto con me la tazza di caffè in salotto e mi piazzo lì, pugno contro un rene, a chiedermi se mi piace questo posto.
Non c’è una pianta, un quadro, una foto. Nulla che io possa usare per dare un senso a quella faccia là prigioniera del piano cottura. Un abbellimento, una virgola di personalità, una perturbazione dell’equilibrio. È come una stanza di un centro commerciale che vende divani, fatta apposta affinché il consumatore possa calarsi in un non-luogo e vestirlo come fosse suo. Però non sta funzionando. Non lo sento mio.
Io, non mi sento mio.
Devi vestirti. Devi finire il tuo caffè, pisciare, lavarti i denti. Devi chiamare un servopod, scendere a downtown, andare in ufficio. Produrre, analizzare, rendicontare. Ordinare la spesa, uscire con gli amici. Un drink, risate, vecchi ricordi. Quattro goccine e poi a nanna.
Fallo. Rifallo. Riparti da capo finché non viene perfetto.
Finché tu non sarai perfetto.
Oggi è una di quelle giornate in cui vorrei che tutto restasse così com’è.
Oggi è una di quelle giornate in cui vorrei che tutto restasse così com’è.
Oggi è una di quelle giornate in cui vorrei che tutto restasse così com’è.